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  1. Quando dal nulla emerge buona letteratura

    giugno 6, 2012 by Admin

    Non lo credevo quando ho iniziato a leggere “Il tè nel deserto”, ma quelle che riporto di seguito sono pagine di alta letteratura. E pensare che alle prime frasi di questo brano mi sono irritato per la dissolutezza, l’egoismo e l’egocentrismo, per la sensazione che i personaggi fossero sufficientemente vividi da rappresentare la realtà di uomini e donne viziati che a poco più di venti anni hanno goduto tutto, spremuto la parte migliore della vita, e ora non si rassegnino al declino.

    Mi sono irritato soprattutto per la superficialità di questo modo di concepire l’esistenza, per l’incapacità di andare oltre la superficie delle cose di personaggi di primo acchito distruttivi e corrosivi. Uomini e donne che, avendo a disposizione tutto, non hanno volontà, non si “sforzano” di scavare sotto la superficie, preferiscono spostarsi di luogo in luogo per non essere costretti a fermarsi, a riflettere.

    Poi, andando avanti nel brano, ho capito che l’autore aveva un certo sguardo critico – forse un pò amaro, spregiudicato, anche divertito ma critico – un po’ come l’Hemingway di Festa Mobile. Ecco, quello sguardo, se pur non riesca a persuadermi sull’effettiva consapevolezza etica di Paul Bowles, si mostra non banale, ha acume.

    Questa scena di loro due, Port e Kit, in un alberghetto nel Sahara, bevono sul letto, sono sotto una zanzariera messa alla bene e meglio per tenere lontane le mosche. Lei che ad un certo punto si alza per andarsene e si trova tra i piedi le pieghe della tenda, lui che si rivolta ubriaco sul materasso.

    _____

    Verso l’imbrunire erano piacevolmente alticci, per nulla propensi a muoversi da sotto la loro tenda. Forse fu l’improvviso apparire delle stelle nel riquadro di cielo incorniciato dalla finestra, l’elemento che contribuì a determinare il corso della loro conversazione. A ogni nuovo istante, via via che il colore diveniva più intenso, altre stelle venivano a riempire gli spazi che fino allora erano rimasti liberi. Kit si lisciò l’abito sui fianchi e disse: “quand’ero giovane…”
    “Giovane quanto?”
    Prima dei vent’anni, voglio dire, pensavo che la vita fosse qualcosa che andasse via via acquistando slancio. Anno per anno sarebbe diventata più ricca e più profonda. Uno imparava sempre più, diveniva via via più saggio, aveva maggiori capacità di introspezione, si addentrava sempre più nella verità…”. Esitò.

    Port rise bruscamente. “E ora sai che non è così. Vero? E’ piuttosto come fumare una sigaretta. Le prime boccate hanno un sapore meraviglioso, e non pensi nemmeno che possa mai esaurirsi. Poi cominci a darlo per scontato. D’improvviso ti rendi conto che si è consumata quasi tutta, e proprio allora ti accorgi che in fondo sa di amaro.”
    “Ma io sono sempre consapevole del gusto sgradevole nonché della fine che si avvicina,” precisò Kit.
    “Allora dovresti smettere di fumare.”
    “Come sei meschino!” gli gridò.

    “Non sono meschino!” protestò Port, correndo il rischio di rovesciare il bicchiere mentre, per bere, si sollevava su un gomito. “Mi sembra logico, scusa. O forse sarà che vivere è un vizio, come fumare. Non fai che dire di voler smettere, ma in realtà continui imperterrita.”
    “Tu non minacci neppure di smettere, per quanto ne so io.”
    “E perché mai, scusa? Io voglio continuare a farlo.”
    “Ma non fai che lamentarti.”
    “Sì, ma non della vita; soltanto degli esseri umani.”
    “Le due cose non possono essere prese in considerazione separatamente.”

    “Sì, invece. Basta fare soltanto un piccolo sforzo. Sforzo, sforzo! Perché non c’è nessuno disposto a farne? Io posso immaginare un mondo completamente diverso. Soltanto qualche accento fuori posto.”
    “Sono anni che sento questi discorsi,” disse Kit. Si sollevò un poco, nella semioscurità, piegò la testa da un lato e mormorò: “Ascolta!”.
    Fuori, in un punto non lontano, forse nella piazza del mercato, un’orchestra di tamburi suonava, raccogliendo a poco a poco gli sparsi fili della forza ritmica in un unico, potente, compatto disegno che già cominciava a girare su se stesso, ruota ancora imperfetta di suoni pesanti che avanzava goffamente incontro alla notte. Port rimase in silenzio per un po’, poi disse in un bisbiglio: “Questo, per esempio”.

    “Non lo so,” disse Kit. Era impaziente. “So di non sentirmi affatto parte di quei tamburi là fuori, per quanto io possa ammirare il suono che producono. E non vedo per quale ragione dovrei desiderare di sentirmene parte.” Pensava che una dichiarazione così avrebbe messo fine rapidamente alla discussione, ma Port era ostinato, quella sera.
    “Lo so, a te non piace parlare sul serio,” commentò, “ma non ti farà male, per una volta”.
    Kit sorrise con fare di scherno, poiché considerava i vaghi concetti generici di lui come quanto di più frivolo in fatto di chiacchiere: un semplice veicolo per dare sfogo agli stati d’animo. Secondo lei, in quei momenti non si trattava di stabilire se il marito intendesse o non intendesse affermare ciò che sentenziava, perché in realtà Port non sapeva affatto quello che stava dicendo. Così domandò, scherzosamente: “Qual è l’unità di scambio in questo tuo mondo tanto diverso?”.
    Lui non esitò. “Le lacrime.”

    “Non è giusto,” obiettò Kit. “Certi devono lavorare duramente per una lacrima. Altri possono averle quasi a comando.”
    “Quale mai sistema di scambio è giusto?” scattò lui, e dalla voce sembrava che fosse veramente ubriaco. “E chi l’ha inventato, poi il concetto di equità? non è tutto più facile, se ti limiti a sbarazzarti completamente dell’idea di giustizia? Tu credi che la quantità di piacere, il grado di sofferenza, siano costanti tra tutti gli uomini? Che, in un modo o nell’altro, tutto risulti pari, alla fine? Questo pensi tu? Se risulta pari è solo perché la somma finale è zero”.
    “Immagino che sia un conforto, per te,” ribatté lei, sentendo che, se quella conversazione fosse continuata, avrebbe finito veramente per andare in collera.

    “Niente affatto. Sei matta? Non ho alcun interesse a conoscere la cifra finale. Ma m’interessano, invece, tutti i complicati processi che rendono possibile arrivare inevitabilmente a quel risultato, non importa quale fosse la quantità originale.”
    “Fine della bottiglia,” mormorò lei. “Forse uno zero perfetto è un fine da raggiungere.”
    “E’ proprio vuota? Oh, diavolo. Ma non siamo noi a raggiungerlo. E’ lui che raggiunge noi. Non è la stessa cosa.”
    “E’ più sbronzo lui di me”, pensò Kit. “No, non lo è,” convenne.
    E mentre Port replicava: “Puoi ben dirlo,” e girava violentemente su se stesso per distendersi bocconi, Kit continuò a meditare sullo spreco di energia rappresentato da tutte quelle chiacchiere, e a domandarsi come fare per impedirgli di infervorarsi così per poi ridursi in uno stato di eccitazione nervosa.

    “Uff, sono disgustato e avvilito!” gridò lui in un improvviso scoppio di rabbia. “Non dovrei mai bere neppure una goccia perché lo so che mi mette a terra. Ma non è debolezza, come nel caso tuo. Mi occorre più forza di volontà per costringere me stesso a bere di quanta ne occorra a te per non farlo. Detesto i risultati e ricordo sempre quali saranno.”
    “Allora perché lo fai? Nessuno te lo chiede.”
    “Te l’ho detto. Volevo farti compagnia. E inoltre, m’illudo ogni volta di riuscire a penetrare nell’interno di un luogo imprecisato ma, di solito, arrivo tutt’al più alla periferia e poi mi perdo. Non credo più che esistano luoghi del genere. Secondo me, voi bevitori siete vittime di un’immensa allucinazione collettiva.”
    “Rifiuto di discuterne,” dichiarò altezzosamente Kit, sentendo dal letto e armeggiando per poter uscire dalle pieghe della rete, che arrivavano fino a terra.
    Lui rotolò supino e si tirò su.

    “So perché sono disgustato,” le gridò dietro. “E’ qualcosa che ho mangiato. Dieci anni fa.”
    “Non so di che cosa stai parlando. Sdraiati di nuovo e dormi,” disse lei, e uscì dalla stanza.
    “Io sì,” borbottò Port. Strisciò fuori del letto e andò a fermarsi nel vano della finestra. Nell’aria secca del deserto stava subentrando il rigore notturno, e i tamburi continuavano a suonare. Le pareti del canyon erano nere, ora, gli sparsi gruppi di palme erano diventati invisibili. Non c’erano luci; la camera affacciava sul lato opposto rispetto all’abitato. Ed era questo ciò che egli intendeva. Si aggrappò al davanzale e si sporse, pensando: “Non sa di che cosa sta parlando, lei. E’ qualcosa che ho mangiato dieci anni fa. Vent’anni fa. Il paesaggio gli stava di fronte, e più che mai sentiva di non poterlo raggiungere. Rocce e cielo erano dappertutto, pronte ad assolverlo, ma come sempre l’ostacolo lui lo portava dentro di sé. Avrebbe detto che, nel momento in cui li guardava, rocce e cielo cessassero d’essere se stessi; che, nell’atto di venire recepiti dalla sua coscienza, divenissero impuri. Era una misera consolazione poter dire a se stesso: “Sono più forte di loro”. Mentre tornava a girarsi verso la stanza, qualcosa di luminoso attirò il suo sguardo verso lo specchio dell’anta aperta dell’armadio. Era la luna nuova il cui chiarore penetrava attraverso l’altra finestra. Port si sedette sul letto e cominciò a ridere.

    (Da Il tè nel deserto di Paul Bowles)

    _____

    …Port afferma la volontà di autodistruggersi negandola, il tutto seminato nel non detto, come se lui non ne fosse conscio. Kit che fugge via quando lui con una certa indifferenza afferma che lei è un’alcolizzata. Quell’emergere in lei della consapevolezza che sì, è vero, è alcolizzata, ma il fatto che Port lo dica equivale al non capire che lo è diventata a causa sua, di Port, per la frustrazione che prova nel non riuscire a impedire che lui si autodistrugga. Sì, sì decisamente pagine alte di buona letteratura.


  2. Corrispondenze

    settembre 24, 2007 by Admin

    Nella foresta di simboli della vita capita a volte di inciampare in letture tanto diverse e lontane quanto stranamente collegate. Leggo in questi giorni Saturday di Ian McEwan e ho sorriso arrivando a questo passaggio in cui emerge l’aforisma che governa la vita di Theo, il figlio di Henry Perowne, il neurochirurgo protagonista della vicenda:

    Saturday…On a recent sunday evening Theo came up with an aphorism: the bigger you think, the crappier it looks. Asked to explain he said, “When we go on about the big things, the political situation, global warming, world poverty, it all looks really terrible, with nothing getting better, nothing to look forward to. But when I think small, closer in – you know, a girl I’ve just met, or this song we’re going to do with Chas, or snowboarding next month, then it looks great. So this is going to be my motto – think small”.

    […Durante una recente domenica sera Theo venne fuori con un aforisma: più grande pensi, più incasinato diventa. Chiestagli una spiegazione lui disse, “Quando pensiamo alle grandi cose, la situazione politica, il riscaldamento globale, la povertà nel mondo, appare tutto davvero terribile, con niente che va migliorando, niente che sembra andare avanti. Ma quando penso piccolo, ristretto, sai no, una ragazza che ho appena incontrato, o questa canzone che stiamo facendo con Chas, o andare sullo snowboard il prossimo mese, beh allora sembra tutto magnifico. Così questo sta diventando il mio motto – pensa piccolo”]

    Sempre di questo periodo è la questione del V-day organizzato da Beppe Grillo. Leggendo i vari commentatori sono incappato nelle considerazioni di Eugenio Scalfari, il deus ex machina di La Repubblica. Il grande intellettuale ad un certo punto nell’editoriale del 12 settembre afferma:

    Eugenio Scalfari“Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell’individuo ridotto a folla e a massa, è di essere deresponsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi”.

    Non so se lette così l’una dopo l’altra queste due citazioni lasciano anche a voi che mi leggete lo stesso cortocircuito, lo stesso paradosso, che ho percepito io. Da un certo punto di vista infatti sono profondamente avvinto dall’idea che per andare avanti, per vivere giorno dopo giorno, sia necessario guardare al mondo con la stessa logica di semplificazione che muove Theo. Dall’altra sono estremamente consapevole che la nostra società non può permettersi deleghe in bianco, non può permettersi che ognuno coltivi solo il proprio orticello non accorgendosi che dissodando il terreno rovina la falda acquifera alla quale tutti attingono…
    Quindi?
    Non ci sono risposte univoche, non ci sono certezze. Io per conto mio continuo a guardare al mondo intero come a un ecosistema nel quale ognuno deve essere consapevole del ruolo che svolge sia nel micro che nel macrocosmo in cui vive. Continuo a credere che sia fondamentale guardare con uno sguardo innocente e pensare piccolo quando si tratta della quotidianità e ad avere una visione d’insieme grande e complessa quando lo sguardo si allarga…

    P.S.
    Chiedo scusa ai miei lettori per questa invasione in territori che in genere esulano dai contenuti di questo blog…


  3. Servono persone capaci di trasferire il vecchio nel nuovo

    agosto 30, 2007 by Admin

    Una piccola coda al carteggio Hesse-Mann. Ecco un passo tratto dalla già citata prefazione di Thomas Mann all’edizione americana di Demian:

    Nell’anno 1914, quindi verso la fine del libro, Demian dice all’amico Sinclair: “Ci sarà la guerra… Ma vedrai, Sinclair, questo non è che l’inizio. Ci sarà forse una grande, una grandissima guerra. DemianMa anch’essa sarà soltanto l’inizio. Ora incomincia il nuovo e per coloro che sono intimamente legati al vecchio, sarà spaventevole. Tu che farai?”. La giusta risposta sarebbe: ‘Sostenere il nuovo senza sacrificare il vecchio’. Meglio servono coloro che, conoscendo e amando il vecchio, sanno trasferirlo al nuovo…

    La citazione di per sé è autonoma, autosufficiente, ma acquista maggior significato se inserita nel contesto storico. Il libro di Hesse è del 1919, è appena terminata la I Guerra Mondiale, l’Europa è chiamata alla ricostruzione. La prefazione di Thomas Mann all’edizione americana è del 1948, sono trascorsi solo due anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, un nuova ricostruzione è stata avviata e tutti sperano che non produca gli errori/orrori della prima.