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Woody Allen “Mai felice per più di 8 ore”

18 novembre 2005 by Admin

FotinaL’altro giorno poi, sulle pagine del Corriere vicino all’articolo che ricordava AGE, c’era una simpatica intervista di Maurizio Porro a Woody Allen. Il regista americano – ma lui preferisce essere definito newyorkese, anzi, meglio, manhattanese – è sempre lo stesso, un cinico e ironico personaggio malato di egocentrismo e psicanalisi applicata a se stesso.
Ovvio che Porro lo lasci parlare a ruota libera, tanto da trasformare quello che presumibilmente è stato un monologo, in un batti e ribatti dal ritmo elevato che a un certo punto porta l’intervistatore alla domanda “mai stato felice neppure un giorno?”
E Allen, “Qualcuno mica male c’è stato, ma mai per otto ore consecutive.”
La battuta in sé è ben congegnata per quella leggerezza con cui introduce l’iperbole finale. Non è tanto il “mai per otto ore consecutive”, quanto piuttosto quel “qualcuno mica male c’è stato”.
E’ uno svolazzo, un tocco di classe come quelli che gli hanno permesso di fare film come Take the money and run (Prendi i soldi e scappa), Bananas (Il dittatore dello stato libero di Bananas), Play it again Sam (Provaci ancora Sam), Sleepers (Il dormiglione), Zelig… tutti film che vedevo quando ero bambino nel periodo natalizio.
Allora non c’era scuola e io e mio fratello rimanevamo svegli fino a tardi, con l’albero di natale lampeggiante che ci teneva compagnia in salotto. Ricordo bene quella serie di film perché la facevano ogni anno. Tutte le sere c’era una pellicola di Mel Brooks o del buon Woody, e ogni Natale il ciclo ripartiva da capo. Noi, neanche a dirlo, eravamo sempre lì, fino a tarda notte per rivedere i vari Frankenstein Jr. e gli altri film con Gene Wilder, Marty Feldman e con lui, Woody. Mio fratello aveva una predilezione per Il Dormiglione, e io che ero più piccolo, mi lasciavo condizionare dai suoi giudizi. Non so quale fosse il più meraviglioso ai miei occhi, so solo che non mi stancavo mai di rivedere quei film le cui battute conoscevo quasi a memoria.
Poi gli anni passarono e io cominciai ad innamorarmi seriamente di cinema. Scoprii l’Allen più impegnato e vennero i film più ipocondriaci. I vari Manhattan, Annie Hall (Io e Annie), ma soprattutto Interiors e Hanna and her Sisters (Hanna e le sue sorelle). Erano pellicole che se anche riproponevano l’Allen che conoscevo, non erano nelle mie corde, non allora almeno.
Lasciai da parte il regista manhattenese per altre visioni finché non ci furono due lampi. Uno piccolo e di breve intensità l’altro più intenso e duraturo.
Il primo era contenuto in Deconstructing Harry (Harry a pezzi). Non il film in sé, ma una parte di esso. FotinaQuel frammento in cui lo scrittore protagonista della vicenda (Woody Allen) scrive il racconto nel quale un attore (Robin Williams) si sente poco bene durante le riprese di un film. Ad accorgersene è il regista che lo guarda attraverso l’obiettivo e lo vede “sfocato”. Prova a muovere la ghiera dell’obiettivo nel tentativo di metterlo a fuoco e, tutto intorno a lui diventa limpido e centrato ma Robin Williams no, lui rimane fuori fuoco. “Strano”, pensa, ma poi si allontana dalla macchina da presa e lo raggiunge sul set. Si accorge che è proprio lui a non essere a fuoco. “Ti senti poco bene?” gli chiede. E Robin Williams ammette che sì, è tutta la mattina che ha l’impressione di essere un pò sfasato…
E’ una scena geniale che a raccontarla non rende come a vederla sullo schermo. Quello è uno svolazzo cinematografico non da poco e rende un film che è la ripetizione di tanti altri, qualcosa di unico che vale la pena di vedere.
FotinaL’altro lampo è Sweet and Lowdown (Accordi e Disaccordi), la storia di Emmet Ray (Sean Penn), il secondo più grande chitarrista di tutti i tempi dopo Django Reinhard.
L’ho visto a una di quelle rassegne milanesi in cui a distanza di pochi giorni dalla manifestazione originale ripropongono le opere della Mostra del cinema di Venezia. La rassegna era divertente allora e immagino tuttora per chi ha tempo di seguirla durante il giorno. Capitava di trasferirsi da un cinema all’altro, magari usando la metropolitana, e di scoprire seduta accanto una persona con il programma della rassegna. Un istante e ti ritrovavi a parlare di registi e attori con qualcuno che non conoscevi e che poi, forse, avresti ri-incontrato in un altro cinema qualche giorno dopo.
Comunque nel film Sean Penn è un chitarrista che sviene alla vista del suo idolo/rivale Django Reinhard. Un piccolo gangster-musicista che porta le donne che conosce – tra cui la bellissima Uma Thurman – a sparare ai topi nelle discariche e che finisce per innamorarsi di una ritardata.
Non vado oltre ma va detto che è un collage di battute e scene fulminanti, con degli splendidi interpreti.
Beh è stato dopo questi due lampi che ho goduto nuovamente appieno quel senso di meraviglia comica che mi restava dopo ogni Natale…
Che dire di più?
Grazie, piccolo, geniale, psicopatico regista manhattanese…


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